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Redazione

LA CULTURA E’ FUTURO

LA CULTURA E’ FUTURO

La Cultura è futuro, la cultura è libertà, la cultura è spazio infinito di creatività e riproduzione intellettuale del sapere, la cultura è informazione e curiosità, la cultura è bellezza e armonia con la natura, la Cultura è progresso e armonia, la Cultura è memoria e storia, la Cultura è conoscenza e ricerca scientifica, la Cultura è il grande investimento nel futuro delle generazioni, del mondo, delle nazioni,la Cultura è diversità e accoglienza, la Cultura è la vita.
Tagliare gli investimenti nella cultura vuol dire tagliare la speranza in un futuro migliore per tutti, vuol dire colpire la democrazia intesa coma libera espressione del pensiero di chiunque viva su questa terra.
L’Italia che, secondo l’Unesco , detiene il “maggior patrimonio culturale del mondo”  non può permettersi , di fronte alle nazioni di tutto il pianeta, il taglio di qualunque tipo di investimento culturale: la preoccupazione che dalle altre nazioni arrivano all’Italia per i “tagli e bavagli” che il governo si appresta a varare, fanno ben capire come il mondo guardi sbigottito quel che l’attuale maggioranza (parlamentare ,non popolare e non certo culturale), vuole varare con la cosiddetta manovra economica e con il decreto Bondi, passato al Senato con una arrogante manovra che ha escluso cambiamenti di sostanza, dopo aver forzatamente fatto passare nell’”inverno del nostro sconcerto” un decreto Romani che ridisegnava, nella forma e nella sostanza, il sistema di diffusione radio-televisivo ed il Web, con particolare attenzione alla suddivisione della “torta” pubblicitaria.
Nel paese dei conflitti d’Interesse irrisolti e ogni giorno di più avvalorati e riproposti, il governo sta imponendo la sua arrogante idea di regolamentazione della libertà d’espressione ed informazione, cercando di limitare l’accesso alla conoscenza, all’informazione ed alla grande “prateria” della creatività artistica e culturale.
Perchè Cultura e saperi sono la nuova linfa dell’era digitale e cognitiva: di qui l’incursione violenta, a forza di decreti legge in quei territori, troppo ‘infedeli’ per chi vuole irreggimentare la prateria culturale, troppo “liberi” e quindi ‘sovversivi’ per la stagione televisiva delle “Pupe e Secchioni”, dell’”Isola dei Famosi” (luogo di creazione di strani eroi senza arte né parte, ma litigiosi e svestiti…) o del voyeurismo del Grande Fratello televisivo (che immaginiamo provochi ancora sofferenza nell’anima di Orwell, benché defunto). In questa epoca del “capitalismo informativo e cognitivo”, i beni immateriali non sono meno importanti di quelli materiali. E la conquista delle coscienze e dell’immaginario collettivo è oggi la vera posta in gioco nella società nella quale stiamo vivendo, da parte di una parte delle forze al governo del nostro paese. Per questo si leva ancora più forte il nostro no a progetti e leggi che  cercano di colpire la Scuola Pubblica, l’Università, la ricerca Scientifica,  la Cultura e l’Informazione.
Il governo Berlusconi sta usando le armate mediatiche della televisione  di cui ha il predominio pressochè assoluto in Italia, per omologare il pensiero e trasformare i cittadini in consumatori o clienti; ‘audience’ da sollecitare con programmi e format studiati per abbassare i livelli di acculturazione e di capacità critica. Eppure, l’Italia ha la fortuna di avere dei veri e propri tesori che il mondo ci invidia, non solo Pompei o gli Uffizi, ma talenti musicali, artistici,scrittori e cantanti,orchestre e direttori d’orchestra, registi ed attori cinematografici.
Basta guardare quello che fanno gli altri paesi,per capire non solo la diversa considerazione della Cultura del nostro governo ma anche la “controriforma culturale” che il governo Berlusconi si appresta a varare: in Europa la media del Pil investito in cultura è intorno all’1-1,5 per cento. In Italia con questa manovra il governo ha portato la quota del Pil investita in cultura, allo 0,21 per cento ( se i tagli saranno confermati), abbassando ulteriormente il precedente 0.3% , già record europeo negativo. Non solo: la Germania - a fronte di una finanziaria di sacrifici pari a 80 miliardi di euro in quattro anni - invece di tagliare ha scelto di investire in cultura. Per la sola capitale Berlino, l’investimento è di 350 milioni di euro. Il governo francese investe nella sola Opéra de Paris 105 milioni di euro l’anno a fronte del governo Berlusconi, che per tutto il settore dello spettacolo (opera, teatro, musica, danza, cinema, spettacoli viaggianti…), per il 2010 ha stanziato poco più di 400 milioni di euro e per il 2011 ha previsto soltanto 311 milioni di euro, meno di quanto il governo tedesco investe solo a Berlino.
Va cambiata l’idea iniqua e penosa che la produzione di musica e di balletto sia una spesa e non un investimento, anche etico. La riduzione drastica del fondo unico per lo spettacolo ,il cosiddetto FUS, (che con il presedente governo Prodi aveva  una dotazione di 444 milioni di euro per il 2007, di 544 milioni di euro per il 2008 e il 2009 e di 611 milioni di euro per il 2010), accompagnata da una scarsa valorizzazione delle nostre eccellenze culturali da parte del Ministro per i beni e le attività culturali, fanno intendere una idea di politica culturale orientata soprattutto a considerare la Cultura come spesa , senza tener conto di una Cultura come  fattore di investimento ed etico.  L’investimento culturale non innesca solo un, pur virtuoso, flusso di denaro. Vi sono beni e servizi che non possono essere suscettibili di una valutazione meramente monetaria. Attraverso l’investimento in attività culturali si aumenta il livello intellettuale del capitale sociale che vive di relazioni, interscambio di conoscenze e di “valori” artistici. Aumenta il tasso di civiltà; senza tornare a Platone, basta leggere i più recenti studi sociologici per capire che dove maggiori sono stati gli investimenti culturali (dai musei alle scuole di musica e danza, ad esempio),maggiori sono state le diminuzioni di criminalità ed esclusione sociale. Per questo abbiamo scritto già nel Manifesto preparato per la Manifestazione Nazionale del mondo della Cultura del 7 giugno scorso, che i tagli ai finanziamenti pubblici, motivati dalla crisi economica, per tutto il settore culturale, al cinema, al teatro, alla lirica, alla musica, alla scuola, all’università, allo spettacolo dal vivo, alle fondazioni, all’editoria, agli istituti, alla ricerca, dimostrano nell’esiguità del risultato sul piano economico generale, la mancanza di una visione strategica del futuro di tutto il paese.
La cultura può e deve divenire volano di sviluppo per l’Italia. Nazioni meno ricche di beni culturali e di creatività della nostra hanno puntato in questa direzione per uscire dalla crisi. In Italia ,ribadivamo allora e ribadiamo oggi,la cultura e l’economia che ruota intorno ad essa sono viste soltanto come spesa e non come investimento. Costruire una politica per la cultura vuol dire chiedere allo Stato che investa nella produzione creativa, nella formazione professionale e artistica, nella ricerca,nei saperi, in nuove politiche di distribuzione e diffusione del prodotto culturale.
Vuol dire pensare e attuare leggi che garantiscano insieme libertà e pluralità di voci. Vuol dire sostenere, in una parola, libertà di culture e libertà di informazione e comunicazione.
Nel dire NO ai “Tagli e Bavagli” proposti dal governo, il Movem09 chiede:
  1. Una politica che individui proprio nella cultura, nella formazione e nella ricerca il settore strategico su cui investire massicciamente per accelerare l'uscita dalla crisi e per un rilancio intelligente e qualificato dell’Italia nel mondo, con lo sviluppo ed il sostegno delle energie creative presenti nel Paese.
  2. Una reale libertà d'informazione e per una legislazione che non limiti il diritto dei cittadini di essere informati.
  3. Lo sviluppo di una coscienza critica, da attuare a partire dalla scuola dell’obbligo.
  4. La rapida approvazione di leggi di sistema nei settori di cinema, audiovisivo, editoria,spettacolo dal vivo, enti lirico-sinfonici, che garantiscano trasparenza, affidabilità delle risorse, la loro ottimizzazione e l'eliminazione degli sprechi.
  5. Il rifinanziamento dell’intervento pubblico, unito al reperimento di nuove risorse che rendano la cultura autonoma.
  6. Una legislazione che riconosca ai lavoratori della cultura i loro diritti agli ammortizzatori sociali, ad una pensione dignitosa, alla tutela delle malattie, che consenta il massimo sviluppo dell’occupazione e della continuità lavorativa, della difesa del diritto d’autore e dei diritti connessi. Così come previsto dalle raccomandazioni approvate dal Parlamento Europeo.
  7. Il pieno riconoscimento ai cittadini italiani del diritto a nutrirsi di cultura, di spettacoli, di arte, di tutto ciò che è bello e arricchisce lo spirito.
In particolare il Movem09 depreca ulteriormente che il Decreto Bondi, n. 64 del 30 aprile 2010, sia stato varato dal Senato con poche modifiche , senza ascoltare la richiesta di tutte le associazioni affinché fosse ritirato e trasformato in un disegno di legge che avrebbe potuto aprire il confronto con tutto il mondo della Cultura.
Perché sicuramente era, ed è, necessario aggiornare l’unica legge di settore: la n. 800 del 1967,rimettendo mano anche agli aspetti superati del decreto legislativo n. 367 del 1996, istitutivo delle fondazioni in luogo dei vecchi enti lirici e che dispose la trasformazione degli enti lirici in fondazioni di diritto privato. Ma serviva e serve una legge organica di settore , non un decreto. E, soprattutto,piuttosto di un decreto negativo e pesantemente limitante per la Cultura italiana, meglio era lasciare le cose come stavano e pensare ad una vera legge di riforma del settore.
Ora il Movem09 chiede che alla Camera sia affrontato un iter di discussione aperto,che accolga le richieste delle associazioni, nel tentativo di trasformare un decreto frettoloso e decisamente negativo,in una legge più organica ; con i tempi dovuti ed i necessari cambiamenti.
 Innanzitutto chiede che sia confermata la definitiva soppressione dell’art.5 della prima formulazione del decreto Bondi e la stesura dell’art.4 nell’attuale formulazione emersa dal Senato,affinché non rientri dalla “finestra” la fidejussione obbligatoria, per fortuna espulsa dalla “porta”.
Chiede poi che sia decisamente soppresso l’art.3 il cui combinato disposto con l’articolo 2, mette mano in modo autoritario alla libertà negoziale tra le parti e soprattutto decide tagli insopportabili per gli enti e per il loro personale , in particolare al comma 4 dell’art. 3 nel quale si definiscono del   “25 per cento” i tagli che il Ministro Bondi intende apportare al trattamento economico aggiuntivo. Particolarmente grave il comma 5 dell’articolo 3 (quello che riguarda le assunzioni a tempo indeterminato, nonché le loro modalità: ricordiamo che per le assunzioni a tempo determinato le fondazioni lirico-sinfoniche possono avvalersi delle tipologie contrattuali disciplinate dal decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, previa regolamentazione da stabilire tra le parti attraverso il contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL).
 Vanno poi riscritte totalmente tutte le altri parti del decreto n.64 che riguardano i trattamenti pensionistici del personale ,di ballerini e tersicorei.
Notevole attenzione va infine posta sul nuovo IMAIE; con il decreto Bondi si introduce il controllo di ben due ministeri più la presidenza del consiglio sull’istituto mutualistico degli artisti, con l’idea di un controllo totale sull’istituto.  
 
E va rivista in particolare la delicata nomina del  Presidente del collegio dei revisori, che viene nominato, nel decreto-legge n. 64, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, mentre dovrebbe essere designato fra i magistrati della Corte dei conti .
Infine va riscritto l’intero articolo 8 che ridisegna di fatto la legge di sistema con semplici abrogazioni mirate,invece che puntare ad una riscrittura del sistema, ormai, come già detto, inderogabile: anche perché va ridefinito, alla luce del federalismo di cui tanto di parla, il ruolo degli enti locali (Comuni, Province e Regioni) nel reperimento, stanziamento ed uso delle risorse per fini culturali, oltre che nella gestione degli enti culturali.
 
Interventi, questi da noi esposti,che tentano di far rientrare nella “normalità” di un rapporto democratico tra le parti sociali, il confronto tra Parlamento e Associazioni, nell’ottica di tornare ad avere, in Italia, una “minima” prospettiva culturale nel settore delle fondazioni lirico-sinfoniche e dello spettacolo dal vivo.
In questa prospettiva, ci si aspetta come primo atto di ritorno alla “normalità”, l’eliminazione dall’elenco dei cosiddetti enti inutili decisi dal ministero del Tesoro di tutti gli enti culturali e scientifici che hanno reso nobile e di alta qualità il nome dell’Italia in ambito internazionale; a partire dall’ETI,la cui soppressione è stata non solo una sottovalutazione del teatro italiano, un abbaglio di grande proporzione dal punto di vista culturale perché cancellerebbe il principale canale di promozione all’estero del nostro teatro, ma anche un errore economico perché porterebbe alla chiusura di  3 teatri storici a Roma, Firenze e Bologna,mettendoa rischio 144 posti di lavoro. 
E non possiamo dimenticare che, nonostante dal decreto Bondi sia stato espulso l’articolo 5 che riguardava Cinecittà, la situazione del Cinema nel nostro paese rimane grave, nonostante i successi internazionali che riscuote periodicamente ed il fermento culturale che lo attraversa. Una vera industria,è e dovrebbe restare , il nostro cinema che impiega migliaia di persone e che rende al fisco italiano almeno il doppio di quanto riceve,in misura per altro sempre più ridotta, dallo Stato stesso. Quest’anno con la riduzione del Fus a 311 milioni complessivi – come prevede la Finanziaria - vedranno la luce probabilmente solo film prodotti dalle società più forti sul mercato , mentre saranno in estrema difficoltà i produttori indipendenti, quelle società e quegli autori cioè per i quali il sostegno pubblico è fondamentale. E questo, unito alla riduzione degli investimenti di RAI e Mediaset sul prodotto italiano, alla forte pirateria che sottrae risorse, alla sostanziale chiusura del mercato della distribuzione, porta tutto il comparto del cinema e dell’audiovisivo ad una fortissima contrazione.
In Francia il contributo diretto alle produzioni è per quest’anno aumentato del 5,7 % e in Germania il Ddff dei Landers sale a quasi il doppio rispetto al 20O7. Sono dati dell’Ente dello spettacolo che in una impietosa e documentatissima analisi rivela che nel settore cinema il tasso di impiego del cinquanta per cento dei lavoratori impegnati “comporta una remunerazione che si colloca nettamente sotto la soglia di povertà: 916 euro all’anno”. Si tratta dunque della perdita – probabilmente irrecuperabile - di professionalità straordinarie che sono la forza e la sostanza di un’industria grande e anomala com’è quella del cinema.
Convinti che l’impresa cinema sia gestita non più da produttori, ma da inadeguati appaltatori televisivi, ormai unica fonte economica e di distribuzione del mercato italiano. Quindi liberare il cinema dagli appalti e riprendere le attività produttive degli stabilimenti di Cinecittà incentivando le molte professionalità del comparto. Pensando alle migliaia di lavoratori che finiranno per strada.
In Francia l’intervento dello Stato per la cultura è di 12 miliardi di euro, in Germania di 8,6, in Gran Bretagna di 5,3, in Italia di 1 miliardo e 800 mila.
Accanto alla indispensabile riconferma del tax shelter e del tax credit, misure richieste dalla grande maggioranza delle categorie del cinema, che dovrebbero terminare con la fine dell’anno, chiediamo ancora una volta una grande e necessaria Riforma nelle linee indicate da tempo dalle associazioni e dai sindacati di categoria. per riportare il cinema italiano al livello che gli compete nel mondo, storicamente e culturalmente.
Ricordandoci sempre, alla fine ,che l’obbiettivo ultimo è una società da costruire più aperta, più sensibile ,più ricca culturalmente ed economicamente: soprattutto più felice, perché la Cultura è felicità.
 
Roma, 21 giugno 2010
 
ADERISCONO AL MOVEM09: 100AUTORI – AFIC – ANAC- ANART – APTI – ARCI/UCCA - ARTICOLO 21. LIBERI DI –ASC - ASST- CEMAT – CIRCOLO GIANNI BOSIO –CORE - DOC.IT – FIDAC – NUOVA CONSONANZA – SACT – SAI – SIAM - SNS – SNCCI – TAM TAM