Sarà Carlo Lizzani a presiedere quest’anno la giuria del concorso “Obiettivi sul lavoro”. Un giovanissimo cineasta di ottantasei anni, un maestro indiscusso che ha spaziato tra i generi, arrivando a mettere insieme, a partire dal suo esordio del 1951 con Achtung banditi, una filmografia di oltre sessanta film. Abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda su come oggi il tema del lavoro viene affrontato dal cinema e dal linguaggio audiovisivo in generale e sul ruolo che possono svolgere i circoli dell’UCCA
Quanto è rappresentato oggi il mondo del lavoro, con le sue trasformazioni, nei film e in televisione?
«È rappresentato ben poco, e qualche volta, in televisione, solo per scimmiottare modelli stranieri. C’è un dato storico: il lavoro è sempre stato poco presente nel cinema, perfino in quello neorealista, in cui i protagonisti erano disoccupati oppure casalinghe, o contadini, che cercavano di uscire da una condizione di miseria. Qualcosa è cominciato ad affiorare nella commedia all’italiana, con i suoi impiegati, i suoi medici della mutua… Ma in generale, anche nel cinema americano, o in quello francese, il mondo del lavoro, specie il grande proletariato urbano, è stato sempre un po’ ignorato, e non a caso, in questi ultimi due-tre decenni, hanno fatto notizia film come quelli di Ken Loach. A me, ad esempio, viene spontaneo, rivedendo oggi il mio Achtung banditi, riproporlo come film in cui il lavoro si vede, perché l’ambiente fondamentale è la grande fabbrica. Ma proprio l’immagine della fabbrica, nel migliore cinema italiano, è stata poco frequentata, a parte eccezioni come I Compagni di Monicelli o Trevico-Torino di Scola. Per quanto riguarda poi il mondo del lavoro nei suoi aspetti più attuali, c’è il film sui call center di Virzì, Tutta la vita davanti: un buon film che rappresenta un segmento rilevante della vita contemporanea, raccontato certo secondo un gusto iperbolico che è di oggi. Dopo il neorealismo e la commedia all’italiana, c’è questa nuova modalità proposta da Virzì».
Che consigli daresti ai giovani documentaristi e film-maker su come raccontare per immagini il lavoro precario e le sue conseguenze?
«Ricordo una famosa frase di Zavattini: pedinate il coinquilino. Era un invito all’indagine sull’essere umano, visto che perfino il coinquilino che crediamo di conoscere, l’uomo qualsiasi, se lo si osserva nella sua vita di tutti i giorni, ci può rivelare altrettanti spunti per altrettanti film. Lo applicherei, questo suggerimento zavattiniano, anche oggi al precariato. Pediniamo un precario, seguiamolo nella sua quotidianità, e scopriremo le tante nascoste avventure umane che si porta dietro. Anche perché la condizione di precario è di per sé quella di chi non ha una collocazione, oppure ce l’ha ma momentanea, ne deve trovare sempre un’altra: prendere per esempio il momento tra la fine di un lavoro e l’inizio di un altro può significare cogliere la precarietà come fatto “assoluto”. A questo proposito ricordo che Ugo Pirro notava come il nostro stesso lavoro di cineasti sia precario: nei nostri contratti, dallo sceneggiatore al regista, al macchinista, è già previsto il licenziamento. Quello del cinema è per antonomasia un lavoro da sempre precario, e continuerà ad esserlo: si potrebbe, per esempio, indagare la vita di un operatore, di un macchinista, perché c’è proprio un’affinità, tra il mezzo e il tema».
Quale proposta faresti ai circoli del cinema dell’Arci e dell’ Ucca per diffondere il cinema di qualità e di denuncia e per promuovere una coscienza critica?
«Arci e Ucca sono state sempre in prima linea, e basterebbe fare l’elenco delle iniziative realizzate: difficile suggerire cose nuove. Me ne vengono però in mente due, a cominciare da uno stretto collegamento con le manifestazioni che periodicamente si fanno sul problema più generale della cultura in Italia. Arci e Ucca potrebbero guidare una mobilitazione per ottenere finalmente un colloquio organico con la televisione (quella pubblica in primo luogo) e far trasmettere i tanti film classici, italiani e non solo, che possono definirsi come cinema di qualità. Non ho molte speranze in questo senso, perché potremmo vincere la battaglia e poi renderci conto di non avere i film, visto che molte importanti pellicole sono in mano a banditi che possiedono i diritti, i negativi. Anche su questo si dovrebbe fare una pubblica denuncia, come io ho fatto ripetutamente, e su cui pure Arci e Ucca potrebbero fare fronte. Possono fare molto anche per quanto riguarda l’esercizio: ho visto che alcuni film difficili, Billo della Muscardin ad esempio, sono riusciti a passare, anche se magari in sale pubbliche, con un orario unico, un solo spettacolo giornaliero. È utile battere questo sentiero per aiutare certi film ad entrare nel circuito cinematografico, perché sono tante le opere che magari escono ma con una pessima distribuzione: Hotel Meina, il mio ultimo film, è stato distribuito malissimo, ma ha vinto ad Ashkelon, uno dei principali festival israeliani, e a Los Angeles è stato presentato l’anno scorso da Spielberg al Chinese Theatre, una serata con molto successo di pubblico. Lo cito non perché sia mio, ma come esempio di film mal distribuito che però ha avuto un ottimo riscontro all’estero».