Giovanissimi, determinati, con tante speranze nel cassetto: così vengono narrati I gatti persiani, ritratto di una delle fasce più vivaci della società iraniana di oggi: giovani che nel loro paese seguono la passione per il rock, la musica che gli Ayatollah considerano «la voce del diavolo».
A Bahman Ghobadi, l’idea è arrivata frequentando uno studio di Teheran, dove il regista, da sempre appassionato di musica, ha cominciato a registrare delle canzoni.
Lì ha incontrato due giovani compositori e cantanti di talento con il sogno di esibirsi, un giorno, davanti ai loro genitori. «Ho capito che dovevo aiutarli - ha detto il regista - sono molto più coraggiosi di quanto lo sia stata la mia generazione». I gatti persiani, che racconta dunque una storia vera, è stato girato senza alcun permesso da parte delle autorità iraniane e in soli 18 giorni.
Tanto era infatti il tempo a disposizione dei due ragazzi, in procinto di lasciare il Paese per l’Inghilterra, dove ora «possono finalmente suonare una chitarra senza compiere alcun reato». «È stato molto pericoloso girarlo - ha continuato il regista - ma sono convinto che tutti debbano conoscere questa realtà. L’Iran è un sistema gestito da malati che ha fatto ammalare anche i suoi abitanti».
Il film, che sarà distribuito nelle sale a maggio dalla Bim, sarà presentato in anteprima nazionale il 26 febbraio alle 21.15 presso la Casa del Cinema, al Congresso dell’Ucca.